Trial & error: non ho perso, ho imparato

“Tolleranza per il fallimento, ma nessuna tolleranza per l’incompetenza”, G. Pisano – Harvard University. E’ il primo passo verso la cultura dell’innovazione.

Fallimento. Errore. Innovazione. Successo. I quattro vertici di un quadrilatero? Se fosse vero, vorrebbe dire che esiste un legame fra questi che, alla fin fine, sono solo termini. Ma quali di questi termini hanno una connotazione negativa? Quali positiva? Forse molto dipende dalle prospettive da cui li si considera. In linea generale, il fallimento e l’errore, spesso associati, indicano situazioni in cui “qualcosa è andato storto”, o, quantomeno, in maniera differente da quanto previsto. Chiaramente non in senso migliorativo, rispetto alle aspettative. Per contro, si pensa a innovazione e successo come a eventi positivi, che innalzano lo status, del singolo come dell’azienda. Però la storia insegna come clamorosi successi, o grandi innovazioni, si siano trasformate in disastri per l’umanità, basta pensare al nucleare nella medicina e, per contro, il disastro di Chernobyl o la bomba nucleare. E allora? Forse vale la pena ragionare sulle connessioni fra questi termini: per esempio, l’opposto del successo non è il fallimento, come verrebbe logico pensare, ma la rinuncia!

Tra fallimento e successo

La collaborazione del giovane Walt Disney era stata respinta da un giornale americano: era stato ritenuto “mancante di immaginazione”. Una bella sconfitta, ma se il giovane Walt si fosse scoraggiato… Beh, forse il mondo sarebbe un luogo un po’ più triste.

La cronaca porta spesso alla ribalta gioie e dolori di Elon Musk: grandi successi, ma raggiunti con la caparbietà, la ricerca, gli inevitabili fallimenti e la volontà di imparare dagli errori.

Tante sono le storie di successi che nascono dal fallimento, che non è mai piacevole, né tantomeno auspicabile e non è l’obbiettivo di nessuno, ma inevitabilmente accade, in particolare quando si sta sperimentando qualcosa di nuovo, che vuole essere innovativo. A questo punto, la vera chiave è la reazione a questo fallimento, che porta ad una sensazione di perdita, con un collasso dei riferimenti considerati “sicuri”. Da un punto di vista umano può entrare in crisi la visione di sé stessi, la capacità di credere nelle proprie risorse con un degrado dell’autostima e il desiderio che “le cose si aggiustino”. La questione è che le cose non si aggiustano mai da sole.

Ma, alla fine, il fallimento è poi così terribile? Le conseguenze talvolta lo sono, specie se sono coinvolte vite umane, ma sta di fatto che “lottare” contro il fallimento porta a ben poco: ormai quello che è accaduto non si può cambiare, e una eventuale lotta è un inutile spreco di energia. Allora vale la pena convogliare l’energia, senza sprecarla, indirizzandola diversamente, perché la sconfitta è parte integrante di un processo di crescita e, per quanto spiacevole, può essere il preludio al prossimo successo.

It’s impossible to fail if you learn from your mistakes. Don’t give up”, è stato ripetuto in più e più occasioni da Steve Jobs.

L’errore è il vero problema?

Il vero problema non è l’errore, ma la capacità e la velocità con cui, sia il singolo che l’azienda, apprende la “lezione” che arriva dal fallimento. Parlando di innovazione, il risultato difficilmente sarà immediato, ma occorreranno test e sperimentazioni: qualcuno andrà bene, altri un po’ meno, altri ancora andranno malissimo. Non è importante (né possibile) che tutto vada bene al primo colpo, ma è fondamentale capire, il più velocemente possibile, che una intuizione, una idea, non potrà funzionare, o non sta funzionando, in modo da convogliare diversamente energie e risorse.

Leggere l’errore solo in chiave negativa è anche un fatto culturale, storicamente più legato alla cultura latina, e italiana in particolare, che, per esempio, a quella anglosassone.

Parlando con un trainer che, pur essendo sudamericano, si era formato in scuole anglosassoni, e collaborava con primari gruppi industriali in diverse parti del mondo, commentava il diverso modo, a scuola, di approcciare l’errore, evidentemente con una influenza anche sui comportamenti futuri. L’esempio portato era banale: quanto fa 10-1. La domanda viene ripetuta 10 volte e, per 8 volte la risposta è giusta, per 2 sbagliata. Chi sta valutando, che reazione avrà? Forse estremizzando, ma le reazioni possono fondamentalmente essere 2: bravo, hai risposto bene 8 volte! Oppure come hai fatto a sbagliare 2 volte? Nel primo caso stimoli, nell’altro caso demotivi. Mi spiace dire, e l’ho più volte toccato con mano, che la scuola italiana troppo spesso privilegia la seconda risposta. Questo significa che la cultura del successo come “rinascita” partendo dall’errore, deve fare ancora un po’ di strada…

Trial & error

Il fallimento per incompetenza non è accettabile, esattamente come è inaccettabile un fallimento fine a sé stesso, che non insegni. L’apprendimento deve accompagnare gli errori, il fallire: quando questo non accade, allora è un vero dramma, perché è questo il vero errore, quello che nessuna impresa deve, o dovrebbe, permettersi. Non tutti i fallimenti sono uguali e non tutti dovrebbero essere “glorificati”. La letteratura parla di good failure e di bad failure.

Se il fallimento porta un feedback che permette di indirizzare le prossime decisioni, allora è un buon fallimento: anche se il risultato desiderato non è stato raggiunto, è possibile determinare come lavorare meglio per raggiungerlo. Il fallimento, in questo caso, è diventato utile. Se il fallimento è il risultato di decisioni incaute, o di una mancanza di tentativi, allora è considerato un cattivo fallimento e si verifica spesso quando non si sa cosa si sta cercando di ottenere, o quando non è stata fatta una pianificazione adeguata. Il caso estremo è quando il fallimento porta ad altri fallimenti e allora occorre un approccio estremamente critico e rivedere tutto il processo.

Oggi sulla scena è comparso un nuovo approccio nell’ottica di innovare per migliorare la competitività in un mercato che spinge insistentemente verso la ricerca di nuovi prodotti e soluzioni: il trial & error. Bezos, il fondatore e ceo di Amazon, sostiene che la vera innovazione (e non il semplice miglioramento di qualcosa già esistente) è possibile solo attraverso la sperimentazione, necessariamente accompagnata da errori e fallimenti: la sperimentazione permette di raggiungere una conoscenza tale da poter capire i limiti dell’idea iniziale, se potrà o meno funzionare, e anche se le ipotesi su cui si basa, abbiano o meno un senso. Nella lettera agli azionisti del 2016, Bezos sosteneva come conoscere il fallimento significasse prepararsi al successo perché «il fallimento e l’innovazione sono gemelli inseparabili. Per innovare bisogna sperimentare, e se si sa in anticipo che le cose andranno bene non è una vera sperimentazione… Risultati eccezionali provengono spesso da scommesse contro il senso comune, anche se il senso comune di solito è nel giusto».

di Daniela Tommasi

L’articolo Trial & error: non ho perso, ho imparato sembra essere il primo su Meccanica News.


Source: Stampi
Trial & error: non ho perso, ho imparato

Condividi: