Opinioni: disruptivo…

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Opinioni: disruptivo…

Claudio Giardini. Università di Bergamo Dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell’Informazione e della Produzione

Pochi giorni fa ho visto un articolo nel quale si riportava che la Michelin ha un sogno in 3D per la sua visione del futuro degli pneumatici per automobili. In questo sogno, in questa nuova visione, lo pneumatico non dovrebbe richiedere aria per essere gonfiato, ma la sua struttura interna (ovviamente complessa) ottenuta tramite stampa 3D e ottimizzata tramite modellatore topologico, dovrebbe garantire sia la giusta resistenza meccanica che una adeguata flessibilità.

La struttura interna dovrebbe essere piuttosto complessa, molto simile a quella di coralli che si intersecano tra di loro, ma, poiché non necessita di aria, sarebbe un pneumatico che non può esplodere nè sgonfiarsi. Addirittura la stampa 3D potrebbe essere impiegata per realizzare il battistrada degli pneumatici facilitando e semplificando il cambio stagionale estate/inverno. Sensori interni potrebbero, in questa visione, fornire informazioni in tempo reale sulla strada e sullo stato dello pneumatico richiedendo di modificare il battistrada facilmente realizzabile in opportune stazioni di stampa 3D.

Per quanto riguarda il materiale, anche se ancora non si hanno informazioni ufficiali, sembra si vogliano riferire a una soluzione di origine organica, derivata da sorgenti biologiche e biodegradabile. “Soluzioni migliori per una mobilità sostenibile” è il motto riportato dal vicepresidente esecutivo alla ricerca e sviluppo in una recente conferenza nella quale si è anche parlato di come vanno gestiti i progetti per le tecnologie disruptive. Ed eccoci al tema: una parola abbastanza di moda, tradotta dall’inglese “disruptive” che, letteralmente, vorrebbe dire “dirompente”. Le tecnologie dirompenti, quindi. Ma cosa si intende con queste due parole? Innanzitutto va detto che questo termine è stato introdotto nel 1995 da Clayton Christenses e Joseph Bower in un articolo intitolato proprio “Disruptive technologies: catching the wave”, ovvero: “Tecnologie disruptive: catturare l’onda”.

Tecnologie disruptive sono quelle che portano spesso imprese che si ritengono essere leader di mercato, a perdere sempre più questa posizione di leader perché messe in crisi da improvvise mutazioni di mercato dettate da innovazioni tecnologiche alle quali non sono state capaci di adattarsi. Anche se l’effetto di queste tecnologie è dirompente, non necessariamente i mutamenti a esse collegati sono particolarmente complessi. Spesso la tecnologia permette la realizzazione di nuovi prodotti e di nuovi modelli di business, senza necessariamente essere l’elemento predominante negli effetti che ne derivano. Proprio per la sua natura, una innovazione di questo genere raramente deriva da una richiesta direttamente espressa dal mercato e molto più spesso si tratta di una modalità di erogazione di un prodotto o un servizio differente rispetto a quello a cui è comunemente abituato il mercato.

Esempi di queste tecnologie disruptive non sono rari e alcuni neppure tanto odierni. Pensiamo ad esempio alla introduzione della fotografia digitale in un mondo abituato alla fotografia classica con stampa su rullino e su carta: nel 1973 un ingegnere di Kodak sviluppò la prima macchina digitale della storia assemblando un CCD (sensore che trasforma la luce in segnali elettrici), un convertitore analogico-digitale, un po’ di batterie e di cavi, riuscendo a riportare su uno schermo tv quanto ripreso dal CCD. Eppure Kodak non seguì quella strada essendo convinta, a prescindere, che a nessuno sarebbe interessato guardare le proprie fotografie su uno schermo televisivo. Certo le performance del tempo non erano quelle attuali in termini di rapidità di calcolo e conversione, qualità dei monitor eccetera, ma la scelta dei vertici della compagnia e la loro volontà di non cambiare decisione, portò l’azienda da leader di venditore di pellicole a essere superata dalle stesse aziende a cui aveva venduto i diritti di utilizzo del brevetto. Ecco perché si parla di “catturare l’onda”, di “cavalcare l’onda”: la tecnologia viene proposta a tutti e ciascuno è libero di usarla o meno. È una scommessa su come andrà il futuro. Non sempre paga, bisogna saper riconoscere il più possibile, in modo neutrale, quali sono i rischi connessi e quali le opportunità che ne potrebbero derivare.

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Source: Stampi
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