Intervista a Marino Cignetti / Vero Solutions: L’immaginazione al potere. Purché sia organizzata

Intervista a Marino Cignetti / Vero Solutions: L’immaginazione al potere. Purché sia organizzata

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Intervista a Marino Cignetti / Vero Solutions: L’immaginazione al potere. Purché sia organizzata

«Quel che sinora ha permesso alla manifattura italiana e all’industria di casa nostra in genere di restare sul mercato è la creatività dei nostri imprenditori su come affrontare i problemi. Purtroppo sovente manca l’organizzazione tipica dei Tedeschi, e questo è uno degli elementi decisivi affinché le imprese possano conservare la competitività in Europa». Così parla a Stampi l’amministratore delegato di Vero Solutions, sviluppatore e distributore del software VISI per gli stampisti e il manifatturiero con sede a Strambino (Torino) e Marcon (Venezia), Marino Cignetti, che sulle sorti del modello Industria 4.0 è alquanto scettico. I dubbi riguardano sia il ruolo dei beni immateriali (Sw) nel contesto degli ammortamenti previsti dal Piano Calenda che su altri aspetti. Perché Marino è convinto che l’innovazione è fortemente legata a un cambiamento dei modelli organizzativi e l’attenzione a questi ultimi appare alquanto carente. Il sistema industriale nazionale è attanagliato, a suo dire, da problemi che solo in parte hanno a che fare col restyling del parco macchine e dei beni immateriali. E per procedere verso il futuro ha bisogno in primo luogo di formare nuove competenze capaci di governare l’evoluzione e adattarsi alle nuove metodologie di lavoro. Per questo è sul training che la sua società (Vero Solutions) sta fortemente concentrando da tempo gli sforzi, e un esempio lampante sono le 670 presenze ai corsi e ai Master di apprendimento fatti in Piemonte durante l’anno scorso.

Marino Cignetti.

Quali punti dell’azione governativa sull’Industria 4.0 La lasciano perplesso, Cignetti?
Ho studiato il Piano Calenda attentamente e ritengo che fra i punti più contraddittori dal mio punto di vista, come fornitore di soluzioni, ci sia il fatto che l’ammortamento sui cosiddetti beni immateriali (Sw) sia fissato al 140%, ma a una condizione, cioè che essi siano legati a un percorso di trasformazione in senso digitale della dotazione hardware, e quindi collegato all’acquisto di quelle macchine utensili ‘intelligenti’ per le quali è invece prevista una aliquota del 250%. Credo perciò che, pur essendo di per sé lodevole, oltre a essere partito in ritardo, il progetto privilegi quasi esclusivamente le Macchine Utensili. I software però aderiscono alla logica del 4.0 già da parecchio tempo, il nostro Sw (VISI) lo è da almeno 10-15 anni.

Non ritiene però che anche il parco-macchine della manifattura debba esser svecchiato?
Certamente. Bisognerebbe tuttavia chiedersi perché molti imprenditori non abbiano già provveduto a farlo. La ragione sta nella scarsa marginalità a disposizione per gli investimenti, visto che in media il valore aggiunto del made in Italy è pari al 50% di quello tedesco. Tornando però ai software e all’industria 4.0 se si sottolinea la necessità di progettare in tridimensionale di fare simulazione dei percorsi, di simulazione dei processi di produzione e di poter fare del controllo remoto, e per ultimo di progettazione innovativa, allora va detto che i nostri prodotti di mercato rispondono a questi requisiti già da parecchi anni. Anche i collegamenti alla Rete e l’Internet of Things sono concetti consolidati e questo mi spinge ad avanzare qualche dubbio sulla reale natura dell’operazione, posti i suoi benefici. Ovvero che le grandi novità promesse dal modello 4.0 si limitino ai super-ammortamenti.

In tema di digitalizzazione le imprese italiane non hanno peccato di poca lungimiranza?
A me sembra invece che per restare in piedi e magari in buona salute nonostante le criticità dell’economia mondiale e soprattutto del sistema-Paese Italia gli imprenditori si siano dimostrati qui straordinariamente lungimiranti, oltre che abilissimi. Basti pensare a quel che è accaduto nel panorama bancario, dove la visione è stata di gran lunga meno oculata, con esiti che sono oggi sotto gli occhi di chiunque. Si tenga presente che mentre parliamo di Internet e di Internet delle Cose, ci sono intere aree della Penisola in cui la banda larga è un sogno e questo rende impossibile l’accesso ai servizi cloud, tanto per citare un esempio. La carenza di infrastrutture è drammatica. In questo scenario, gli imprenditori meritano un monumento. Senza parlare poi della pressione fiscale fuori controllo, della poca chiarezza delle leggi, non da ultimo dell’impossibilità di assumere giovani, esaurita la spinta del cosiddetto Jobs Act. La manifattura italiana si sta rarefacendo e la produzione è indirizzata in misura prevalente all’estero, verso la Germania in primis. Questa è la vera locomotiva d’Europa e non a caso ha sempre limitato la delocalizzazione delle proprie imprese e si è difesa dai tentativi di acquisizione da parte di gruppi esteri, con poche eccezioni, adottando il modello gestionale delle fondazioni.

Cosa può fare però un produttore come Vero Solutions per cavalcare l’onda del 4.0?
Quel che già facciamo sin dagli esordi: offrire servizi, formazione, assistenza remota, vicinanza ai clienti e automazione. Si può dire alternativamente che Vero Solutions coincida con l’idea stessa di Industria 4.0 o che quest’ultima equivalga viceversa a Vero Solutions. Certo, incentivare l’acquisto di macchinari è operazione più semplice che non quella della creazione di una genuina cultura del software. Le macchine utensili sono visibili, tangibili, già note agli utilizzatori. Ma a dire il vero l’iniziativa mi appare simile alle vecchie rottamazioni a beneficio dell’industria automobilistica, capaci di trainare le vendite per un certo periodo di tempo e però inevitabilmente seguite da un altro crollo delle consegne. Molto è l’interesse verso l’automazione: per gestirla ci vuole però una generazione di addetti formati e personalmente dubito che si stia pensando a come farla crescere, a come coltivarla. L’Industria 4.0 fa leva su concetti vecchi che già dovrebbero essere patrimonio delle imprese.

Si ritorna quindi ai motivi per cui sin qui gli imprenditori non hanno provveduto…
Perché sono troppo impegnati a cercare clienti, a generare una marginalità seppur minima e infine a farsi pagare dai loro clienti. In queste condizioni fare ricerca e sviluppo, innovazione, è molto difficile. Si tende a vivere alla giornata mentre i cambiamenti impongono sforzi e capacità di risolvere problemi. È necessaria una mentalità inedita, così come accadde con il passaggio dalla progettazione bidimensionale a quella 3D, quando si dovette cambiare il modo di pensare in maniera radicale. Lo stesso può dirsi nel nostro caso per l’ipotesi di eliminare la messa in tavola, parte di processo che può esser bypassata a patto di mutare l’approccio al lavoro. O ancora dell’introduzione in automatico delle distinte base, che a sua volta implica un cambio di strategia produttiva e di gestione. Quando le aziende si accorgono di quanto tutto questo sia oneroso e complicato tendono a temere e a fermarsi, per poi riavviarsi sulle strade del passato, a costo di perdere i vantaggi della trasformazione. Ribadisco però che se le condizioni in cui operano fossero diverse, allora sarebbe più facile cogliere le opportunità. Auspico un successo del Piano Calenda, senza dubbio. Ma per dar vita a un nuovo modo di fare business le leggi non servono: servono i servizi, il personale, il supporto istituzionale.

Non pensa però che per la nostra manifattura il Piano sia un buon punto di partenza?
Le aziende sono senz’altro aperte alle novità e ottimizzare i processi è un loro obiettivo importante. Va però gestito in più passaggi. Progettazione, esecuzione e montaggio sono i primi; e a seguire ci sono l’ottimizzazione delle macchine, dei software, delle risorse umane. Come ho già detto, in questo contesto gli applicativi sono la componente più delicata, e quelli che richiedono un maggiore impegno sul training. Agli utenti proponiamo un pacchetto ormai ben noto, VISI, ma cercando di trasmettere il messaggio che la suite può essere sfruttata in maniera diversa e più completa; e i processi possono esser affrontati in modo differente.

Quali caratteristiche deve però avere un simile, rinnovato approccio alla produzione?
Vanno eliminate le parti superflue e l’esempio è dato ancora una volta dalla messa in tavola e dalle distinte base. Perché ricorrere alla messa in tavola negli ambienti 3D? E perché continuare a riportare i dati sui fogli elettronici se le distinte si possono generare automaticamente? Attenzione, quindi: non si intende suggerire qui di abbandonare le procedure seguite in passato, magari con successo, ma di integrare le novità che realmente servono. Anche per questo servono competenze adeguate ed è quindi necessario un ingente sforzo per crearle.

Si torna così al tema della formazione: come garantirla in modo adeguato ed efficace?
Per esperienza credo al modello dei vecchi corsi vis-a-vis e molto meno in quello che forse oggi è dominante, ovvero delle lezioni online. Si contrappone alla cultura dominante che sostituisce al dialogo telefonico infiniti e superflui scambi di mail, ma se quasi 700 persone hanno seguito gli appuntamenti formativi di Vero Solutions nel 2016 ritengo si possa trattare di una politica di successo. Il progresso migliora molti aspetti della vita e del lavoro ma nulla nasce dal nulla e il ruolo dell’uomo è e sarà sempre determinante e centrale. Se si parla di automazione e digitalizzazione, di monitoraggio remoto, bisogna sempre tenere presente che tutto questo va messo alla prova e collaudato: a questo compito presiede il personale umano.

In conclusione quali prospettive si sentirebbe di assegnare al made in Italy del 4.0?
Tempo fa a una domanda simile risposi che tutto dipendeva da quante auto sarebbero state prodotte nel Paese dall’attuale Fiat Chrysler. La mia opinione non è cambiata e forse questo mi rende ancora più critico. Possiamo accontentarci del fatto che molte aziende e gli stampisti per primi hanno agganciato la supply chain dei costruttori stranieri, specie tedeschi. Non si può però evitare di pensare a quel che potrebbe accadere in caso di diminuzione delle commesse dalla Germania, cuore del manufacturing europeo assieme a Regno Unito e Francia. L’Italia è il solo Paese in Europa in cui agisca una sola casa costruttrice di vetture. Sinora la creatività ci ha permesso di resistere e crescere, ma sul lungo termine serve organizzazione e servizi efficienti.

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